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giovedì 10 dicembre 2015

Dislessia: importanza di un intervento precoce

Identificare i bambini con dislessia fin dal primo grado di istruzione potrebbe restringere o addirittura chiudere il divario nei tempi di lettura con i lettori tipici, infatti, secondo un nuovo studio condotto da ricercatori della University of California, Davis, e Yale University, i dati indicano che non è più accettabile attendere fino alla seconda o terza elementare per intraprendere sforzi per diagnosticare e intervenire sulla dislessia.
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"Se il divario tra i lettori dislessici e tipici è fin da subito presente, questo deve essere ridotto con degli interventi di lettura mirati attuati presto, quando i bambini stanno ancora sviluppando il fondamento di base per la lettura di acquisizione". Questo è quanto ha dichiarato Emilio Ferrer, un professore di psicologia UC Davis. E 'autore principale di questo articolo pubblicato su The Journal of Pediatrics a novembre.

Ferrer ed i suoi colleghi di Yale, Bennett e Sally Shaywitz, riportano i risultati di uno studio longitudinale di lettura con bambini dalla prima elementare fino alla scuola superiore e oltre. Rispetto ai lettori tipici, i lettori dislessici avevano punteggi più bassi nella velocità di lettura fin dal primo grado, e il loro andamento nel tempo non converge con quelli dei lettori tipici. Questi dati dimostrano che tali differenze non sono tanto una funzione di aumento delle disparità nel corso del tempo, ma invece riflettono differenze marcate già presenti in prima elementare tra i lettori tipici e dislessici.

Gli autori concludono inoltre che l'attuazione di programmi di lettura efficaci già nel all'asilo o addirittura in età prescolare offre la possibilità di chiudere il divario di realizzazione.

fonte : www.sciencedaily.com (Emilio Ferrer, Bennett A. Shaywitz, John M. Holahan, Karen E. Marchione, Reissa Michaels, Sally E. Shaywitz. Achievement Gap a Reading è presente già nel primo grado e persiste fino all'adolescenza. The Journal of Pediatrics, 2015; 167 (5): 1121 DOI: 10.1016 / j.jpeds.2015.07.045)

lunedì 13 luglio 2015

Il dono più grande

Il dono più grande che possa farti?
Regalarti un'infanzia piena di allegria e affetto, 
perchè crescendo, quando la ricorderai 
e ti volterai a guardarla
ti avvolgerà un pensiero di nostalgia,
come un abbraccio intenso e lontano.
Sorriderai felice per averla vissuta,
tracciando la tua strada in avanti.

fonte: www.pinterest.com

mercoledì 9 aprile 2014

Quando iniziare ad usare il vasino?

Il Piccoletto ha due anni, porta il pannolino e non dorme senza ciuccio se non quando è arrabbiato e ci vuole fare un “dispetto”... la stagione calda si avvicina.. sono consapevole che a settembre, quando avrà alla Scuola dell'infanzia dovrà usare il vasino, ma mi chiedo quale sia il momento giusto per cominciare a insegnargli a fare cacca e pipì senza pannolino... e soprattutto se c'è un modo che renda il tutto più facile...
In passato l'educazione al vasino veniva intrapresa molto precocemente, di solito coincideva con i primi passi del bambino, talvolta anche prima e le mie nonne di sicuro non si facevano tutte le domande che mi sto facendo io.
Oggi indubbiamente c'è più attenzione nei confronti dei bambini e verso queste tappe importanti di crescita, consapevoli che questi elementi avranno riflessi non solo sulla sua salute, ma anche sul suo carattere e sui suoi comportamenti.
Oggi si tende a iniziare l'uso del vasino tra i 18 mesi e i due anni, ossia quando il bambino è in grado di controllare gli sfinteri ed ha un uso del linguaggio e della comprensione più sviluppato. Così è possibile seguire i ritmi spontanei di maturazione che ovviamente non sono uguali per tutti!

Quindi, la domanda su quale sia il momento giusto torna ancora più impellente!

In un libro che avevo comprato con la BimbaGrande, avevo trovato un'idea che mi sembrava geniale: “Un modo per capire se è il momento giusto per il nostro piccoletto è regalargli un vasino, anche molto prima, e usarlo come gioco... finchè non avrà capito spontaneamente a cosa serve e comincerà ad usarlo. In questo modo si rispetterà i suoi ritmi senza rischiare di anticipare troppo oppure aspettare oltre tempo”...
Ci sono addirittura vasino con l'iPad (mia nonna sarebbe inorridita!!).

C'ho provato... ma dopo un anno di “gioco” ancora lei non ne voleva proprio sapere di metterci il suo sederino a “lasciarci le sue cose”... così abbandonai l'idea di assoluta spontaneità molto Montessoriana per ripiegare in una dimensione fai da te di “accompagnamento giocoso” premiando ogni prima gocciolina coraggiosa che si presentava nel deserto del vasino e devo dire che questo è stato un elemento molto più utile di ogni altro tentativo con lei.

Probabilmente integrando i due metodi il risultato è stato più rapido perchè nel giro di una settimana la BimbaGrande ha imparato a usare il vasino e nei mesi successivi capitava di rado che si facesse la pipì addosso.
Ovviamente le andava ricordato di andare in bagno prima di uscire, prima di dormire... e quando gioca, perchè poteva capitare che fosse talmente presa dal gioco che si dimenticasse della pipì... e poi soprattutto quando eravamo fuori casa in cui mancano i piccoli grandi riferimenti di cui “ci si può fidare”.
Inoltre, ci sono tanti libri che possono facilitare l'avvicinamento e la comprensione dell'uso del vasino...


Poter vivere in modo tranquillo e giocoso questo momento, ha importanti ripercussioni sulla strutturazione della personalità e sulle caratteristiche che il bambino manifesterà da adulto, quindi è fondamentale evitare comportamenti ansiosi o rimproveri eccessivi... Freud insegna....
Per poter far questo in tutta pace è utile iniziare quando si ha un po' di tempo da dedicare al bambino e alle lavatrici...

martedì 28 gennaio 2014

“E ora perchè piange?!”

fonte:http://www.nanna.blogmamma.it/
Appena nato il bambino piange, è il suo grido di vita, ma poi la domanda sorge spontanea: “E adesso perchè piange?!”.
Purtroppo i bambini non nascono insieme al loro libretto delle istruzioni e questo spesso li rende mondi sconosciuti a cui spesso non siamo preparati, abituati all'edulcorazione che la nostra società ci propina sulla maternità e l'infanzia, da arrivare al momento di diventare genitori con una visione distorta della realtà ci ci troviamo a vivere! Spesso se dei genitori si trovano a vivere in un isolamento sociale questo evento sono portati a pensare  che questo succede solo a loro, mentre se potessero confrontarsi con altre persone che vivono la medesima situazione le cose cambierebbero molto e riuscirebbero a alleggerire il loro fardello, che il pianto inconsolabile di un bambino riesce a creare!
Per capire meglio il pianto e decifrare un linguaggio sconosciuto è fondamentale differenziare alcuni elementi: l'età del bambino e le condizioni di salute.
Talvolta mi capita di sentire parenti di neonati di pochi mesi che dicono alla povera neo mamma che “se prende in braccio il suo bambino tutte le volte che piange lo vizzierà!”...ma è importante sapere che nei primi mesi di vita del bambino egli non ha ancora una percezione di sè come persona distinta dagli altri, quindi non può fare i capricci! Se piange c'è sempre una ragione, il difficile è capire che cosa vuole.
Purtroppo la cosa difficile è che non esiste una risposta univoca a questa domanda, nè una soluzione universale, per questo fondamentale è l'empatia che una mamma o papà può riuscire a stabilire con il suo bambino, fondamentale per capire che cosa sta chiedendo...
Paradossalmente, a mio avviso non occorre un intervento immediato, ma può essere più utile mettersi in osservazione del bambino (cosa sta facendo, si irrigidisce, ha una forte agitazione psicomotoria...) e soprattutto che tipo di pianto è (ritmico, stizzoso, arrabbiato...). Solo riuscendo a decodificare questo linguaggio senza parole ma universale si avrà maggiori possibilità di rispondere ai reali bisogni dei bambini.
Inoltre, ricordiamo che se pur I bambini non parlano (e anche quando parlano) non riescono a comprendere il nostro linguaggio verbale, ma sono molto competenti a riconoscere il linguaggio non verbale (il tono della voce, la postura...) e anche la coerenza del nostro comportamento rispondendo a quello che vedono e capiscono. Quindi non illudiamoci di porter loro nascondere il nostro vissuto: se il loro pianto che sta facendo arrabbiare perchè sono le 4 di notte e lui non ne vuole sapere di dormire, lo capirà e magari reagirà con rabbia anche lui. I bambini si adeguano ai comportamenti materni, li interiorizzano e li fanno propri.
Infine, vorrei sottolineare come ogni mamma ha il suo linguaggio affettivo che nasce dal passato (quello che ha sperimentato con piacere nella sua infanzia oppure che gli è stato negato) e dal suo futuro (le credenze sull'educazione, le aspettative sul bambino “buono”).
C'è la mamma “nutritiva”che tenderà a calmare il bambino con qualcosa di caldo, offrendo cibo; c'è la mamma “termica” che copre fino agli occhi il bambino  e quella “motoria” che  cerca di calmarlo camminando per tutta la casa e cullandolo al ritmo del suo passo.
E' curioso notare  come le prime risposte materne tendano a conformare i modi con i quali il bambino, più tardi, cercerà di gestire le frustrazioni.
Non esiste un metodo che funziona meglio di un altro, sicuramente ogni mamma ha il suo e non le si può imporre un'altra modalità e funzionerebbe meglio se ci fosse la convergenza di più linguaggi: se la mamma accompagna I suoi atti con parole dolci, vezzeggiativi, espressioni ripetute, perchè la parola carica di affetto può essere un farmaco molto potente.


fonte: mamma.pourfemme.it


Per approfondire: Vegetti Finzi S., Battistin A. (2010) A piccoli passi, Oscar Mondadori, Milano

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