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lunedì 30 agosto 2021

Peter Taufers e il castello segreto

In uscita la seconda edizione con una trama arricchita: Peter Tauders e il Castello Segreto di C. Chiti e pubblicato con ChiTchi edizioni. Si tratta di un libro solo apparentemente per ragazzi, per l'intensità della storia che parte da una vicenda realmente accaduta.

Il libro ha la caratteristica di mettere in scena ciò che spesso accade all’interno di una famiglia: genitori armati di buone intenzioni, ma distanti fisicamente o emotivamente dai figli, che affidano ad altri la cura dei bambini o la loro educazione senza rendersi conto del tipo di persona a cui si rivolgono, lasciandosi deviare nel giudizio dai titoli oppure dalla fama o dalle convenzioni sociali. 

Viene mostrata bene anche la scorretta abitudine degli adulti di non ascoltare i figli o di dare per scontate le loro lamentele classificandole spesso come capricci o svogliatezza. 

 questo l'obiettivo è far riflettere gli adulti su questi temi e allo stesso tempo di dare ai ragazzi il pensiero e la voce per poter capire quando succedono queste vicende e allo stesso tempo coraggio per affrontarle e farsi aiutare. 

 Perchè: 

Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono.

 I bambini sanno già che i draghi esistono. 

Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi. 

Gilbert Keith Chesterton 

 

Una storia per chi ha voglia di coraggio e non si accontenta dell'apparenza. Un'avventura che insegna a non fidarsi solo di quello che vediamo perchè la vera natura delle persone è visibile solo alle creature ingenue che non possono sconfiggerle.

martedì 1 luglio 2014

Si può comunicare meglio con i nostri bambini?

Di recente ho letto un articolo interessante che riportava come una relazione forte tra genitori e figli renda questi ultimi più capaci di costruire relazioni stabili con i compagni e quindi di essere maggiormente socievoli.



Senza sapere questo in realtà ho sempre cercato con i miei bimbi di costruire una relazioni intensa. Con la Bimbagrande è più facile adesso che ha cinque anni, meno con il Piccoletto, forse per differenze di temperamento, genere o chissà...

Da diversi anni prima di dormire le chiedo cosa le è piaciuto della giornata e cosa invece no e le lo chiede a me... è il momento del bilancio della giornata, un contatto di condivisione che piace ad entrambe e in cui di tanto in tanto anche il Babbo entra.

In un articolo ho trovato alcune indicazioni che mi sono sembrate sensate e utili per questo le riporto e le condivido qui.


Essere disponibile per i vostri bambini:

Ci sono momenti in cui i nostri figli hanno più disponibilità di parlare - per esempio, al momento di coricarsi, prima di cena, in macchina, occasioni in cui sono più disponibili a parlare con noi, per questo è utile coglierle, ma come? Ecco alcuni Strumenti

  • Avvia la conversazione: permetti a tuo figli o di sappere che ti preoccupi per quello che sta succedendo nella sua vita. Per esempio, condividendo ciò che hai pensato su qualcosa a lui vicino, piuttosto che iniziare una conversazione con una domanda.
  • Trova il tempo ogni settimana per un'attività one-on-one con ogni bambino, evitando di programmare altre attività durante quel tempo. 
  • Prova a conoscere gli interessi di  tuo figlio - per esempio, la musica e le attività preferita -  mostrando interesse per lui, ma Vero interesse (i bambini sanno riconoscere meglio di noi l'autenticità!). 
  • Lascia che il tuo bambino sappia che stai ascoltando e questo gli accrescerà la su autostima e fiducia nelle sue capacità.
  • Quando si parla di problemi, interrompi quello che stai facendo e ascolta. 
  • Ascolta il suo punto di vista, anche se è difficile sentire. 
  • Lasciagli spazio affinchè completi il loro punto prima di rispondere. 
  • Ripeti quello che hai sentito dire da lui per garantire che li si capisce correttamente. 
  • Esprimi la tua opinione senza sovrastarli se non sei d'accordo; riconosci che va bene non essere sempre d'accordo, resistendo a discutere su chi ha ragione. Invece dico: "So che non sei d'accordo con me, ma questo è quello che penso." 
  • Concentrarsi sui sentimenti del bambino piuttosto che il proprio durante la conversazione. 
Ricorda: 

I bambini imparano imitando. Il più delle volte, seguiranno il tuo esempio nel modo di affrontare la rabbia, risolvere i problemi e lavorare attraverso sentimenti difficili, ma nel modo in cui  gli parli, non per che cosa gli dici!

I bambini imparano dalle proprie scelte. Finché le conseguenze non sono pericolosi. 


Rendetevi conto i vostri bambini possono mettervi alla prova voi dicendovi esattamente ciò che li disturba. Ascoltare con attenzione a quello che dicono, se li incoraggiate a parlare  possono condividere il resto della storia. 

Essere genitori è un lavoro faticoso, ma la ricompensa è grande!

Ascoltare e parlare è la chiave per una connessione tra voi ed i vostri figli. Ma la genitorialità è un lavoro duro e soprattutto con gli adolescenti può essere molto impegnativo, soprattutto quando i genitori hanno a che fare con molte altre pressioni (intere e esterne alla famiglia). Se si riscontrano problemi su un periodo di tempo prolungato, si potrebbe prendere in considerazione la consultazione con un professionista per scoprire come riuscire a mettersi in relazione. 


fonte: http://www.apa.org/helpcenter/communication-parents.aspx

giovedì 8 maggio 2014

I bambini e i disturbi alimentari

fonte: pinterest
E' da tempo che medito di parlare riguardo a questo argomento che quando lavoravo all'Università ho approfondito prevalentemente su adolescenti e giovani adulti, ma che le ricerche recenti mostrano come questo disturbo stia presentandosi in età sempre più precoci. 
il rischio che vedo da un lato è l'allarmismo, infatti i bambini veicolano gran parte dei loro vissuti sul cibo e a tavola possono esprimere rabbia, disagio, o cercare l'attenzione dei genitori non mangiano o riempiendosi la bocca... ma questi sono comportamenti, che anche se non del tutto sani, e spesso vissuti come semplici capricci restano transitori e se i genitori sono bravi a non etichettare o dare loro troppo peso si esauriscono da soli. Ma dall'altro lato credo che l'informazione e la consapevolezza che possano esistere anche altre situazioni da tenere sotto controllo possa essere importante perchè in alcuni casi nascondono disagi più profondi...per questo ho deciso di affrontare anche questo tema.


Contrariamente a ciò che si è soliti pensare, i disturbi del comportamento alimentare non sono caratteristici solo dell'età adolescenziale ma possono manifestarsi anche nei bambini molto piccoli, anche se il picco si attesta a 14 anni e tra i 18-20 anni. 

Va innanzitutto precisato che è più frequente incontrare nell’infanzia quadri di disagio alimentare più che disturbi veri e propri, vale a dire situazioni, spesso transitorie, nelle quali il piccolo cerca di esprimere un proprio malessere o anche veicolare una protesta, e lo fa attraverso un comportamento alimentare alterato. I cosiddetti “capricci a tavola” vanno comunque considerati dei campanelli d’allarme, laddove, attraverso svariate anomalie nel rapporto con il cibo ( diffidenza e rifiuto verso cibi nuovi, preferenza verso cibi di un certo colore, paura di masticare..) persistono nel tempo ed in contesti diversi (scuola, famiglia, ecc).
fonte: pinterest

"Una madre e un padre attenti possono riconoscere se si tratta di comportamenti transitori, legati ad un periodo di maggior stanchezza fisica e/o psichica del figlio, relativa ad esempio all’inserimento al nido o alla materna, reattiva alla nascita di un fratellino. O ancora se il piccolo fatica ad accettare la separazione dalla mamma, ai cambiamenti legati alla ripresa del lavoro dopo il periodo di maternità e/o ad un trasloco. Va ricordato inoltre che la crescita implica fin dall’inizio, anche per il bambino, dover affrontare diversi compiti evolutivi che a volte sono dolorosi e faticosi. Pensiamo ad esempio allo svezzamento. Infatti un breve periodo di inappetenza durante l’introduzione delle pappe o dopo un influenza è fisiologico e non deve spaventare. Laddove invece esiste un problema più serio, il bambino mostra una rigida oppositività, un rifiuto più drastico o, viceversa, una voracità che lo spinge a riempirsi sempre la bocca" si scrive su affaritaliani.it. 

Quali sono le cause?

Ho studiato a lungo l'etiologia di questo fenomeno anche data l’elevata incidenza nella popolazione e la probabile multicausalità del fenomeno, risulta molto complesso.

In questa visione, alcune ricerche hanno messo in evidenza, come anche nella popolazione generale non clinica possano essere individuate delle caratteristiche sociali, culturali e personali che possano predisporre questo tipo di disturbo. Alcuni ricercatori, tra cui Lucas (1981) e Ponton (1996), sostenevano che esistesse un continuum che va dai DCA fino ai comportamenti alimentari corretti e che passa attraverso una serie di comportamenti che si discostano da quelli sano (Lombardo, Caiani e Vannucci, 1999). Questo non sembra del tutto confermato da McLaren (2001), il quale ha analizzato un gruppo clinico ed un gruppo di non clinico, tra i quali poteva distinguere una differenza sia quantitativa che qualitativa.
Gli studi mettono in evidenza vari tentativi di dare una struttura unica per definire e spiegare il fenomeno. Recentemente si è giunti a definire un modello etiopatogenetico di tipo biopsicosociale consensualmente condiviso, che trae origine dai dati di ricerche longitudinali e trasversali su campioni clinici e non. All’interno di questo modello, si distinguono fattori di rischio ambientali e personali.
fonte: pinterest
Tra i fattori ambientali vengono inserite le influenze socioculturali (come lo status socioeconomico, le influenze dei mass media e i modelli socialmente condivisi) oltre alle influenze relazionali della famiglia e del gruppo dei pari.
Mentre tra i fattori personali possiamo distinguere:
- i fattori biologici come le differenze di genere, le alterazione fisiologico-funzionali, le influenze genetiche, la distribuzione del grasso corporeo e lo sviluppo puberale;
- i fattori psicologici tra cui l’insoddisfazione corporea, l’autostima, l’instabilità affettiva, il perfezionismo, il narcisismo (McLauren, 2001);
- I fattori comportamentali come tendenza ad adottare comportamenti alimentari restrittivi, un inadeguato apporto nutrizionale ed uno stile di vita sedentario.

Tra i fattori di rischio psicologici, l’autostima sembra assumere un ruolo molto importante; infatti, alcuni studi longitudinali americani hanno messo in evidenza come le ragazze di 11-12 anni con un’autostima bassa, successivamente a 16 anni fossero più a rischio per lo sviluppo dei sintomi dei DCA. La letteratura mostra come l’influenza del livello di autostima possa svolgere un ruolo indiretto, nella etiologia dei DCA, mediante l’associazione ad altri fattori di rischio, come le componenti sociali del perfezionismo, la depressione e il rapporto con gli altri.
Correlazioni positive sono state riscontrate anche tra autostima e tendenza a praticare lo sport, Sauds et al. (1997) ed altri ricercatori hanno rilevato che le ragazze impegnate in un’attività sportiva presentavano un livello maggiore di autostima. Questo aspetto non appare del tutto chiaro in quanto alcuni studiosi hanno rilevato percentuali più elevate di DCA in gruppi di persone che praticavano sport (come la ginnastica artistica e il body bulding..).

Il ruolo dell’insoddisfazione corporea nella genesi dei disturbi alimentari è stato a lungo indagato ed i risultati indicano che questo predica in modo significativo lo sviluppo di sintomi DCA. Questo aspetto è più rilevante durante l’adolescenza, in cui, come sostiene Vagnoni (1999), il corpo assume un’importanza critica, diviene oggetto simbolico dell’immagine di sé.
E’ stata rilevata un’associazione tra insoddisfazione corporea e il sottoporsi a rigide diete dimagranti, ma anche alla distorsione dell’immagine corporea in popolazioni cliniche e non che Garner et al. (1981) suggeriscono di differenziare tra immagine affettiva (relativa alle sensazioni e agli stati d’animo) e percettiva (quella in cui il soggetto è incapace di valutare le dimensioni corporee).
Alla distorsione dell’immagine corporea di tipo affettivo sono correlate le emozioni negative, che spesso accompagnano gli episodi di binge eating; infatti l’alimentazione incontrollata sembra assumere un ruolo di rinforzo, procurando sollievo dalle emozioni negative precedenti. A questo proposito Western e collaboratori (2001) ritengono che le persone riescano a contenere le emozioni altrimenti incontrollabili attraverso comportamenti alimentari incontrollati.
Un ulteriore fattore di rischio è rappresentato dal perfezionismo che può essere distinto in due elementi: quello orientato verso sé, connesso con sintomi anoressici, e quello caratterizzato da componenti sociali che risulta correlato sia con l’anoressia che con la bulimia nevosa. Inoltre, il perfezionismo risulta correlato sia con l’autostima sia con i disturbi dell’immagine corporea nell’insorgenza dei disturbi alimentari. Rispetto a questo fattore la letteratura non è concorde nel definirlo un fattore di rischio o di mantenimento.
Alcuni recenti studi (McLauren,2001) mettono in luce come il narcisismo possa essere un altro probabile predittore se correlato con i disturbi dell’immagine corporea e una bassa autostima.

Durante l'infanzia questi elementi sono ancora a livello embrionale e sicuramente il ruolo della famiglia gioca un ruolo fondamentale sia nella strutturazione che nella destrutturazione dei fattori predisponenti.

Infine come uscirne... In un articolo interessante del Dott. Mori, sull'anoressia e bulimia afferma che:
"Il termine anoressia può essere fuorviante per la comprensione del fenomeno, poiché letteralmente significa perdita dell’appetito. Ciò che caratterizza l’anoressia è in realtà una fanatica ricerca della magrezza, connessa ad un’opprimente paura di ingrassare. Accanto a questi temi “ossessivi” per l’individuo anoressico, per poter porre la diagnosi è necessario che il soggetto abbia un peso corporeo al di sotto del 85% del normale valore rispetto all’età e all’altezza (oppure un indice di massa corporea al di sotto 17.5). Inoltre, per poter accertare l’anoressia, un’altro sintomo fondamentale, nei soggetti di sesso femminile (il 90-95% del totale), è l’amenorrea (perdita del normale ciclo mestruale).
Una delle maggiori esperte di disturbi alimentari, la psicoanalista Hilde Bruch, ha osservato che la preoccupazione per il cibo ed il peso, tipica dell’anoressia, rappresenta una manifestazione tardiva di un disturbo più profondo della propria identità. Nella maggior parte dei casi, i pazienti con anoressia nervosa hanno la ferma convinzione di essere completamente impotenti ed inefficaci. La patologia spesso si manifesta in “brave bambine” che hanno passato la loro vita cercando di compiacere i genitori, diventando improvvisamente testarde, negati viste e scontrose, durante l’adolescenza.
L’anoressia rappresenta una sorta di tentativo estremo di cura personale, finalizzato a sviluppare, attraverso la “disciplina sul corpo”, un senso di individualità e di sicurezza; sostanzialmente le pazienti trasformano la loro angoscia in preoccupazione per il peso e per il cibo, in modo tale da non doversene più occupare.
Numerose ricerche, condotte in diversi ambiti teorici della psicologia, hanno evidenziato come l’origine del disturbo sia legata ad una distorsione del rapporto tra il/la bambino/a e la madre. Nello specifico, la madre sembra prendersi cura del futuro paziente solo in funzione dei propri bisogni piuttosto che di quelli dell’infante. In realtà, ogni rapporto educativo “sano” tende all’ ”individuazione”, ovvero ad un graduale distaccamento dell’educato dall’educante, in modo tale che il primo raggiunga progressivamente una maggiore autonomia. Invece, la persona anoressica ha passato l’infanzia a percepirsi come una sorta di estensione della madre, un suo “braccio destro”, sentendo impedita la possibilità di esistere separatamente dalle necessità, i progetti e le apprensioni materne.
In questa prospettiva l’improvvisa diminuzione della nutrizione che viene messa in atto dal paziente, può essere interpretata come un ultimo tentativo per “farsi vedere” in famiglia come una persona che ha dei problemi propri; una di richiesta di questo tipo: “Occupatevi di me per quella che sono, non per come volete che io sia!”.
Alcuni rappresentanti della psicologia sistemica (Minuchin, 1978; Palazzoli, 1970) hanno confermato la descrizione del contesto familiare elaborata dalla Bruch. Questi autori hanno evidenziato un vero e proprio “modello familiare” dell’anoressia, caratterizzato dall’ “invischiamento”, ovvero da un eccessivo coinvolgimento di ciascun membro nella vita di tutti gli altri. L’aspetto principale è l’assenza di confini personali; i legami di dipendenza sono fortissimi, tutti la pensano allo stesso modo e non vengono accettate le differenze. Tipica è anche la posizione assunta dal padre all’interno della famiglia; questa persona appare più interessata e supportiva della madre, tuttavia solo superficialmente. Infatti, ogni qual volta la figlia ha “realmente bisogno” della figura paterna, questa si defila; inoltre, sembrano cercare nutrimento emotivo nella prole anziché offrirne. Sostanzialmente, entrambi i genitori provano una grande delusione rispetto al loro matrimonio, il che li porta a cercare sostegno emotivo nei figli.

Quando si innesca la patologia: l’inizio del disturbo

Nella pratica clinica con i pazienti che soffrono di disturbi alimentari, è comune riscontrare narrazioni di un preciso avvenimento o di un’osservazione che li ha fatti sentire troppo grassi ed a partire dal quale il problema si è manifestato; in realtà, questi commenti sono sempre l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso. Come accennato in precedenza, questi episodi sono preceduti da profondi dubbi circa la propria persona e le proprie competenze. Per quanto vari siano gli avvenimenti esteriori che possono innescare la patologia, la causa denunciata non è quasi mai il fattore veramente responsabile. Nel loro modo di pensare concreto ed infantile, le anoressiche imputano al corpo il loro malessere, tentando di risolverlo su quel “terreno”.
Le anoressiche affermano all’unanimità che si limitano nel mangiare perché sono troppo grasse. Nella maggior parte dei casi, però, il peso è del tutto normale, ma le pazienti si comportano come se nessuno avesse mai detto loro che sviluppare certe curve e certe rotondità è parte di una normale pubertà. All’interno di una percezione corporea distorta, attribuiscono a se stesse la colpa dei loro difetti, veri o immaginari, e c’è un elemento veramente autopunitivo nel modo in cui si negano qualunque comodità o piacere.
Le preoccupazioni per il peso si attivano quando la persona è costretta ad affrontare nuove esperienze, ad esempio un campeggio, un nuovo sport o la partenza da casa per l’università. In queste situazioni si sentono in svantaggio, timorose di non riuscire, di non essere all’ “altezza delle circostanze”, finendo con lo spostare tutte le loro ansie di inadeguatezza sul peso e l’aspetto fisico.
Da questo punto di vista possiamo comprendere come la patologia sia un tentativo di arrestare il tempo, di non crescere per evitare di dover affrontare le responsabilità che la vita adulta ed adolescente mette loro davanti. Il ragionamento inconscio che le pazienti faticano a percepire è il seguente: “Fino a che sarò malata potrò sottrarmi al confronto!”.

Bulimia: caratteristiche personali e familiari di un disturbo eterogeneo

Da un punto di vista diagnostico, i pazienti bulimici vengono distinti da quelli anoressici sulla base di un peso relativamente normale e dalla presenza di abbuffate, che sono descritte come atti senza controllo. I soggetti molto sottopeso, che si “ingozzano” in modo incontrollato, sono classificati come anoressiche, sottogruppo bulimico.
Gli esperti concordano come tra i due gruppi clinici esista un considerevole legame; a conferma di ciò, risultano frequenti i passaggi che il paziente opera tra una categoria clinica e l’altra. Almeno il 40/50% delle persone anoressiche è anche bulimica e studi evidenziano come, con il passare del tempo, l’anoressia nervosa possa cedere il passo alla bulimia.
Un’altra ragione che ci porta ad affermare l’assenza di un confine stabile tra anoressia e bulimia è il fatto che il quadro clinico può essere assai vario. Spesso ad entrambi i problemi alimentari si associano disturbi d’ansia, disturbi di personalità, dipendenza e depressione.
Questa profonda eterogeneità della bulimia rende complesso effettuare un quadro generale delle caratteristiche familiari/relazionali che sono alla base del problema. Quello che possiamo asserire è che anoressia e bulimia sono facce “opposte” della stessa medaglia. Mentre la paziente anoressica è caratterizzata da una maggiore caparbietà e da un elevato grado di controllo su se stessa, i soggetti bulimici presentano una generalizzata incapacità di posticipare la soddisfazione degli impulsi, quindi sperimentano costantemente una perdita di controllo. Le abbuffate e l’uso di purganti non sono generalmente le uniche aree in cui le persone dimostrano l’impulsività; essa di solito riguarda anche i rapporti sessuali, comportamenti autolesionistici ed autodistruttivi, l’uso di sostanze.
Recenti ricerche evidenziano come problematiche familiari, esperienze di abuso fisico e sessuale, autostima negativa, siano tutti fattori associati con lo sviluppo della patologia. In particolare, una scarsa stima di sé favorisce un disturbo dell’alimentazione, distorcendo la visione che le ragazze hanno del loro aspetto fisico. Quello dell’alterazione nella percezione della propria immagine corporea è una delle caratteristiche che accomuna anoressia e bulimia. In una recente ricerca, in cui ai soggetti con disturbi alimentari vengono presentati immagini di corpi femminili con diverso peso corporeo, si chiedeva di scegliere quali disegni rappresentavano meglio il proprio peso e quali potevano indicare il loro aspetto ideale. Quello che è emerso, prevedibilmente, fu una sopravalutazione delle proprie dimensioni e la scelta di figure estremamente esili come ideale.
Ritornando alle caratteristiche della bulimia, dal punto di vista delle dinamiche familiari, si riscontrano anche in questo caso problemi di "invischiamento". In particolare, sia i genitori che le pazienti hanno difficoltà con le transizioni legate alla fase di separazione. Infatti, il disturbo spesso si manifesta quando i soggetti stanno per “uscire” dal ruolo di adolescenti, trovando lavoro, un partner stabile o trasferendosi altrove. Inoltre molte pazienti bulimiche vivono una mancanza di rispetto per i propri confini e un’intrusione grossolana della loro privacy, che si manifesta, da parte dei parenti, con abusi psicologici e, talvolta, fisici. Come nel caso delle pazienti anoressiche, ciascun membro della famiglia dipende esageratamente da tutti gli altri per mantenere un equilibrio; i genitori della famiglia bulimica hanno un inconscio bisogno che gli altri li vedano come “tutti buoni”. Le qualità non accettate vengono proiettate, trasferite, nella futura bambina bulimica, che diviene così l’unica depositaria della “cattiveria” e portatrice di tutta l’impulsività della famiglia, comportandosi di conseguenza. Si forma così un equilibrio in cui l’attenzione è rivolta alla “malattia” della figlia, piuttosto che sui conflitti presenti nei o tra i genitori.

Alcune considerazioni sulla terapia  

Date le implicazioni familiari che riguardano sia l’anoressia che la bulimia, riteniamo che il trattamento elettivo per questi disturbi sia la psicoterapia familiare, in particolare se il soggetto portatore dei sintomi vive ancora genitori. L’impossibilità di agire sulle motivazioni di tutti i membri, infatti, rende difficile scardinare i sintomi, che sono, di per sé, particolarmente resistenti al cambiamento.
Anche nel caso in cui si propenda per un intervento individuale, i tempi per una cura adeguata sono solitamente medio/lunghi. Scarsa sembra infatti l’efficacia di una “terapia breve”, dato che se non vengono presi in considerazione i sottostanti problemi del Sé (autostima, senso di impotenza, distorsioni relazionali) sono probabili ricadute. Inoltre, è fondamentale che nelle prime fasi dell’intervento (tranne nelle situazioni in cui è fortemente a rischio la salute del paziente) venga evitato un eccessivo investimento sul recupero del peso; il pericolo è che il terapeuta sia vissuto come l’ennesima figura genitoriale svalutante, che sa cosa è il meglio per il paziente" 

Per chi volesse approfondire:


venerdì 21 marzo 2014

Ero una brava mamma prima di avere figli

Ero una brava mamma prima di avere figli

Guida pratica per sopravvivere al primo anno di vita del bambino

“Allora, all’incirca funziona così:
un giorno non siete mamme, e il giorno
dopo — più o meno all’improvviso — sì.

La vostra vita è cambiata. Prima di avere un figlio vi spalmavate il pancione di olio di mandorle, giravate per vetrine osservando graziosi completini da neonato, tagliavate la verdura cruda a julienne per far piacere al vostro compagno. Ora di Julien nella vostra vita ce n'è uno solo, ed è il re dei lemuri del cartone animatoMadagascar. Adesso, per far piacere al vostro compagno, nei giorni buoni buttate sul fuoco 4 salti in padella, altrimenti gli urlate di arrangiarsi con una scatoletta di tonno. Per risparmiare tempo non tagliate più le unghie, le mangiate. Le giornate di shopping sono un lontano ricordo".

Avete voglia di uscire dalle solite letture sulla maternità e la gravidanza tutte piene di fiocchini e cuoricini?! ... dal momento che la realtà di genitori è fatta di pannolini da cambiare, nasi moccicosi, patacche continue sui vestitini rosa o celesti che le nonne regalano copiosi?! Questo libro è la lettura che fa per voi!
Io lo comprai per caso ma l'ho letto molto divertita. Lo chiamavo il libro da puppata, dato che i capitoli sono prevalentemente brevi, scorrono bene e hanno per titolo il nome dei bambini.
Inoltre, al di la dell'ironia con cui l'autrice (mamma adesso di tre bambini) affronta tematiche che come neo genitori ci troviamo a fare i conti, ci offre anche spunti di approfondimento e indicazioni di cui all'inizio ero "affamata".
Buona lettura!

martedì 11 marzo 2014

Il Cyberbullismo

Il bullismo è definito come un’oppressione, psicologica o fisica, reiterata nel tempo, perpetuata da una persona o da un gruppo di persone più potenti nei confronti di un’altra persona percepita più debole (Sharp, Smith, 1994). Le caratteristiche distintive del fenomeno possono essere così riassunte: 
  • Intenzionalità, cioè il fatto che il bullo mette in atto premeditatamente dei comportamenti aggressivi con lo scopo di offendere l’altro o di arrecargli danno. 
  •  Persistenza: sebbene anche un singolo episodio possa essere considerato una forma di bullismo, l’interazione bullo - vittima è caratterizzata dalla ripetitività di comportamenti di prepotenza protratti nel tempo.
  • Asimmetria di potere, si tratta di una relazione fondata sul disequilibrio e sulla disuguaglianza di forza tra il bullo che agisce, che spesso è più forte o sostenuto da un gruppo di compagni, e la vittima che non è in grado di difendersi.
  • il cyberbullismo - pinterest.com
  • Tipologie diverse con cui si manifesta. Nonostante spesso si pensi al bullismo fisico, dobbiamo ricordare che il comportamento d’attacco può essere perpetrato anche con modalità verbali di tipo diretto (offese e minacce) e con modalità di tipo psicologico e indirette (esclusione e diffamazione). 


Natura sociale del fenomeno. Come testimoniato da molti studi, l’episodio avviene frequentemente alla presenza di altri compagni – spettatori o complici – che possono assumere un ruolo di rinforzo del comportamento del bullo o semplicemente sostenere e legittimare il suo operato. 

Per quanto concerne il contesto in cui si sviluppano queste condotte, indagini su larga scala realizzate in diversi paesi europei ed extraeuropei hanno fornito un’indicazione sulla prevalenza dei fenomeni di bullismo in ambito scolastico, in particolare nei corridoi e nei cortili di queste il bullismo è un comportamento aggressivo che è intenzionale e comporta uno squilibrio di potere o forza. 


Questa problematica è stata approfondita da diversi studi che hanno analizzato le cause, i fattori predisponenti e protettivi. Più di recentemente, è emersa un'altra forma di bullismo legato alla tecnologia ed ai social media che hanno creato una nuova forma di bullismo ed hanno ampliato la sua portata. Considerando che anche i bambini sono sempre più precoci nell'uso della tecnologia... dopo poco la mia BimbaGrande aveva imparato a visualizzare firmati o a giocare con Mou... a 4 anni! 


Il cyberbullismo è il bullismo che avviene on line e attraverso i telefoni cellulari. Siti web come Facebook, MySpace, YouTube permettono ai ragazzi di inviare messaggi offensivi e svilenti per 24 ore al giorno. Alcuni siti, come Tumblr e Formspring consentono addirittura di inviare messaggi in forma anonima. 


Prevenire e fermare il bullismo e il cyberbullismo comporta un impegno a creare un ambiente sicuro dove i bambini possono crescere, sociale e accademico, senza avere paura di svelare e minimizzare quello che spesso accade. 


Quindi da genitore mi chiedo cosa si può fare per tutelare i nostri bambini. Ecco alcune indicazioni: 
Osservare il bambino alcuni segni potrebbero indicare che è vittima di bullismo


I bambini non possono sapere di essere vittime di bullismo, ma possono manifestare alcuni segni che includono: vestiti strappati, esitazione di andare a scuola, diminuzione dell'appetito, incubi, piangendo, o generale depressione e ansia. Se scoprite il vostro bambino è vittima di bullismo, non dire loro di "lasciar correre". Invece, provate a parlare loro apertamente per fargli capire ciò che sta realmente accadendo a scuola in modo da poter prendere le misure appropriate per correggere la situazione. 

Insegnate ai vostri figli come reagire al bullismo

Provate a lavorare con il vostro bambino per insegnargli a gestire il bullismo, senza essere schiacciati o sconfitti. Immaginate scenari a casa dove il bambino impara ad ignorare un bullo e / o sviluppare strategie assertive per affrontare la prevaricazione. Aiutate vostro figlio a identificare insegnanti e amici che possono sostenerli se sono vittime di bullismo.
Impostare i confini con la tecnologia


Educare i vostri figli e voi stessi su bullismo e insegnare ai vostri figli di non rispondere o inoltrare minaccioso email. "Amico" il vostro bambino su Facebook o Myspace e impostare dei filtri adeguati sul computer di tuo figlio. Rendere il computer di casa l'unico computer per i bambini, e che sia in un luogo pubblico nella casa dove è visibile e può essere monitorato. Se decidete di dare al vostro bambino un cellulare riflettere attentamente prima di consentire loro di avere un opzione della fotocamera. Fate loro sapere che verranno monitorati i loro messaggi di testo. Come genitore, si può insistere sul fatto che i telefoni sono memorizzati in uno spazio pubblico, come la cucina, da una certa ora di notte per eliminare il bullismo notte e messaggistica inadeguato.

domenica 2 marzo 2014

L'esposizione a problemi comuni familiari nell'infanzia e nella prima adolescenza influenza lo sviluppo cerebrale

L'esposizione a problemi comuni familiari nell'infanzia e nella prima adolescenza influenza lo sviluppo cerebrale

foto estratta da pinterest 
Da psicoterapeuta familiare convinta mi hanno molto colpito i risultati di una ricerca che analizzava gli effetti nocivi sullo sviluppo del cervello sui bambini e adolescenti... spesso come genitori non pensiamo che i nostri comportamenti possano influenzare lo svilupo psichico e fisico dei nostri figli, invece, nel bene e nel male abbiamo una grande responsabilità che occorre usare con attenzione.

Una nuova ricerca ha rivelato che l'esposizione a problemi comuni familiari durante l'infanzia e la prima adolescenza influenza lo sviluppo del cervello, che potrebbe portare a problemi di natura psichiatrica nella vita futura...

Di sicuro non sono per tenere sotto una campane di vetro i bambini che comunque vivono in un mondo dove i conflitti esistono, ma sicuramente quando questi bambini sono ancora piccoli, non hanno gli strumenti sufficientemente strutturati di comprensione ed elaborazione, quindi è necessario fare molta attenzione... penso ai genitori separati, che possono esprimere rabbia, tensioni e dolore anche di fonte ai figli, che ne risentono!

Uno studio condotto dal dottor Nicholas Walsh, docente di psicologia dello sviluppo presso l'Università di East Anglia (UEA), utilizzando la tecnologia di imaging cerebrale, per analizzare gli adolescenti di età compresa tra 17-19, ha riscontrato che, coloro che hanno sperimentato difficoltà familiari da lieve a moderato nel periodo compreso tra la nascita e gli 11 anni, avevano sviluppato un cervelletto più piccolo, ossia l'area del cervello associata con l'apprendimento di abilità, regolazione dello stress e del controllo senso-motorio. Inoltre, i ricercatori suggeriscono che un cervelletto piccolo può essere un indicatore di rischio di malattie psichiatriche in età più avanzate.


Questo risultato sembra eclatante e stacca con gli studi precedenti, che si sono concentrati prevalentemente sugli effetti di gravi trascuratezze, abusi e maltrattamenti nell'infanzia sullo sviluppo del cervello.

Mentre questa ricerca ha voluto evidenziare come anche l'esposizione a forme più comuni, ma relativamente croniche, di problemi familiari abbia un effetto decisamente negativo anche su soggetti apparentemente sani.

Nell'indagine si consideravano come "lievi e moderati problemi familiari" la tensione tra i genitori, l'abuso fisico o emotivo, la mancanza di affetto o di comunicazione tra i membri della famiglia, e gli eventi che hanno avuto un impatto concreto sulla vita familiare quotidiana e potrebbero aver portato a problemi di salute o di scuola.

Dr Walsh, dalla Scuola di Psicologia della UEA, ha dichiarato: "Questi risultati sono importanti perché l'esposizione alle avversità nell'infanzia e nell'adolescenza è il maggiore fattore di rischio per la malattia psichiatricache si potrebbe manifestare in periodi successivi. Negli stati Uniti, le malattie psichiatriche sono un problema di salute pubblica enorme e nel mondo sono la principale causa di disabilità, per questo la ricerca assume una grande importanza.

"Abbiamo dimostrato che l'esposizione durante l'infanzia e la prima adolescenza ha anche da lieve a moderata difficoltà familiari e non solo alle gravi forme di abuso, abbandono e maltrattamenti, possono influire sul cervello del bambino e dell'adolescente in via di sviluppo. Abbiamo inoltre evidenziato come un cervelletto più piccolo può essere un indicatore della salute mentale. Di conseguenza, ridurre l'esposizione ad ambienti sociali negative durante primi anni di vita può aumentare sviluppo tipico del cervello e ridurre i conseguenti rischi per la salute mentale in età adulta.

"Questo studio ci aiuta a capire i meccanismi del cervello che l'esposizione a problemi nella prime fasi di vita porta a problemi psichiatrici più tardi", ha detto il dottor Walsh."E 'avanza non solo la nostra comprensione di come l'ambiente psicosociale generale influisce sullo sviluppo del cervello, ma anche suggerisce collegamenti tra regioni specifiche del cervello e dei singoli fattori psicosociali ".


Giornale di riferimento :
  1. . Nicholas D. Walsh, Tim Dalgleish, Michael V. Lombardo, Valerie J. Dunn, Anne-Laura Van Harmelen, Maria Ban, Ian M. Goodyer generali e specifici effetti delle prime fasi di vita avversità psicosociali sul adolescente volume della materia grigia . NeuroImage: Clinica , 2014; 4: 308

venerdì 14 febbraio 2014

San Valentino





Buon San Valentino alle Coppie che:


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1. Sono riuscite a passare quasi indenni il passaggio da due a tre o quattro,
2. Riescono a dormire ogni notte vicini senza intrusioni di piccoli nanetti che occupano 3/4 del letto,
3. Riescono a trovare momenti solo per loro,
4. Trovano ancora la forza di guardarsi e trovarsi belli nonostante il tempo passato,
5. Ricercano ancora la mano dell'altro quando camminano per strada,
6. Non si sono fatti allontanare dalla quotidianità di questa vita,
7. Credono ancora che l'Amore sia il valore più grande,

8. Sono felici quando riescono a condividere un momento insieme,
9. Sono convinti che la vita è dura, ma se si affronta insieme è meglio!

10. Si amano ancora di più quando guardano il loro bambino dormire, perchè sanno di essere una famiglia!
by Claudia


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sabato 1 febbraio 2014

Lo stile di attaccamento come predittore del rapporto di coppia negli adulti


Di recente mentre vagavo in una libreria, mi ha molto incuriosito un libro che metteva in relazione l'attacamento, che I bambini istaurano con i loro genitori, e lo stile del rapporto di coppia che questi, da adulti, costruiranno con un partner.
Alla fine ho comprato il libro in cui si evidenzia come, oltre alle esperienze realmente vissute durante l'infanzia, anche le rappresentazioni che gli individui si formano di tali esperienze influenzino le relazioni intime tra adulti. Ossia la personalità del bambino si struttura, non solo su quello che vive e sperimenta, ma anche attraverso le interepretazioni degli eventi e delle relazioni che egli instaura con le figure più importanti per lui, come Bowlby (1988) ha teorizzato già da tempo.
In questa ottica, anche una teoria psicoanalitica sostene che,la relazione tra il figlio e il genitore funge da prototipo delle relazioni affettive che il bambino, diventato adulto, stabilirà nelle fasi successive della sua vita. Addirittura sembra che questi stili di relazione possano influire anche sulla scelta di diventare o meno genitori.
fonte: http://babbibabbi.files.wordpress.com/2008/09/nido.jpg
In realtà, andando ad analizzare meglio la letteratura presente, si scopre che, nonostante questo interesse sull'argomento, per adesso, ancora poco si sa riguardo ai fattori che predispongono l'adulto a instaurare una relazione conflittuale o armoniosa con il proprio partner; infatti, si tratta di ricerche complesse che prevedono di accompagnare gli individui lungo l'arco della loro vita.
Questi elementi a mio avviso, da un lato, quello di psicologa, sono molto interessanti e danno modo di comprendere ed interpretare molti aspetti dei comportamenti e delle scelte degli adulti, dall'altra, come mamma, sento un peso e una responsabilità ancora più grande...anche se, conoscendone l'importanza, possono diventare un'occasione per sapere che il dono più grande che possiamo fare a nostro figlio è quello di dargli un attaccamento sicuro, perchè questo gli permetterà di avere una buona autostima e di poter realizzare relazioni positive e armoniose lungo tutto l'arco della sua vita.

La domanda che sorge allora è: Come si fa per realizzare un attaccamento sicuro? Come si può capire che tipo di attaccamento ha mio figlio?
Anche in questo caso purtroppo, non esistono ricette, ma, per rispondere all'ultima domanda, può essere utile vedere cosa succede nel momento del distacco dalla mamma (per esempio quando li lasciamo all'asilo o a scuola..) se il bambino è in grado di consolarsi o se le persone che si occupano di lui riferiscono un pianto inconsolabile, isolamento, reazioni rabbiose, oppure, all'opposto il bambino va con tutti.
Sta proprio in questi comportamenti la possibilità di capire quale modello hanno interiorizzato:
  • attaccamento sicuro: il bambino esplora l'ambiente e gioca sotto lo sguardo vigile della madre con cui interagisce. Quando la madre esce e rimane con lo sconosciuto il bambino è turbato, ma può essere consolato. Al ritorno della madre si tranquillizza e si lascia consolare.
  • attaccamento "insicuro-evitante": il bambino esplora l'ambiente ignorando la madre, è indifferente alla sua uscita e non si lascia avvicinare al suo ritorno.
  • attaccamento "insicuro-ambivalente": il bambino ha comportamenti contraddittori nei confronti della madre, a tratti la ignora, a tratti cerca il contatto. Quando la madre se ne va e poi ritorna risulta inconsolabile.
  • attaccamento "disorganizzato": il bambino mette in atto dei comportamenti stereotipici, ed è sorpreso/stupefatto quando la madre si allontana.


Fonte: http://www.curvedicrescita.com/2013/09/30/legame-e-attaccamento/
Per approfondire: L. Carli (1995) Attaccamento e rapporto di coppia, Raffaello Cortina Editore, Milano.

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